Lutto: è morto Roberto L. Quercetani

13 Maggio 2019

Illustre giornalista e punto di riferimento per chiunque ami la storia e i numeri dell'atletica leggera, aveva 97 anni


 

Si è spento all'eta di 97 anni Roberto Luigi Quercetani, giornalista e storico dell'atletica leggera, una delle penne più fervide del giornalismo sportivo italiano. Nato a Firenze il 3 maggio del 1922, vanta una carriera che nel tempo ne ha fatto il punto di riferimento assoluto per chiunque ami la storia e i numeri dell'atletica, grazie anche a diversi libri che portano la sua firma come i preziosi volumi della "Storia dell'Atletica Mondiale dal 1860 ad oggi". Dal 1950 al 1968 è stato redattore capo della famosa pubblicazione “Track and Field”, poi collaboratore de “La Gazzetta dello Sport”, de “La Nazione”, di “Atletica Leggera” e della rivista federale “Atletica” alla quale non ha mai fatto mancare le sue attente analisi. Sempre nel 1950 è stato uno dei fondatori – e presidente per 18 anni – dell’ATFS, l’Associazione internazionale degli statistici della quale è stato uno dei massimi esponenti. Ai familiari vanno le condoglianze del presidente FIDAL Alfio Giomi, del Consiglio federale e di tutta l’atletica italiana.

I funerali saranno celebrati mercoledì 15 maggio, alle ore 9, alla casa di riposo Paolo VI di Firenze, in via Cimabue 35.

Roberto Luigi Quercetani sarà ricordato ufficialmente dal presidente Alfio Giomi nel corso della conferenza stampa del Golden Gala Pietro Mennea in programma domani 14 maggio alle 11 al Salone d'Onore del CONI, a Roma.

IL RICORDO (di Giorgio Cimbrico)

Un benedetto toscano che, al primo incontro e anche a quelli successivi, poteva apparire appartenente a quella tribù di anglo-fiorentini orgogliosi di una doppia identità. In realtà Roberto Luigi Quercetani, che se n’è andato via a 97 anni toccati da dieci giorni, era fiorentino tutto intero, ma per misura, stile, atteggiamento, umore, disponibilità, poteva appartenere a tutti i mondi possibili, a quelle sfere vaste ed ecumeniche proprie dell’atletica, che in lui diventava compiuto prodotto di storia, di letteratura, di vicende di uomini, di curiosità spesso amene, con la precisione dei numeri a spargere le spezie necessarie, mai dominanti.

Era fiero del doppio nome che gli avevano imposto: gli ricordava un altro Roberto Luigi, quello scozzese dell’Isola del Tesoro. Lui l’aveva trovata nell’atletica, conosciuta, come una folgorazione o forse un destino, quand’era bambino, in piazza Vittorio Emanuele – poi della Repubblica –, a Firenze quando venne esposto un cartellone che annunciava la vittoria di Luigi Beccali ai Giochi di Los Angeles: era il 4 agosto 1932. Traccia di quell’indelebile ricordo sarebbe emersa in una delle sue tante opere, quella dedicata ai protagonisti della più nobile delle distanze, il miglio.

Oggi, dopo la sua scomparsa, non è facile trovare il filo giusto per percorrere il lungo itinerario della sua vita, dei suoi inizi, dello sciolto inglese che imparò diventando interprete delle truppe alleate.

Soccorrono i ricordi, le chiacchierate sul lungo viaggio in treno che lo portò nel 1952 all’austera Olimpiade di Helsinki: era appena iniziata l’interminabile collaborazione con la Gazzetta dello Sport ed era stata appena partorita l’ATFS, l’associazione degli statistici di atletica, primi ordinatori, in smilzi volumetti oggi rari e preziosi, di quel che stagione dopo stagione avveniva nel mondo.

“Il postino si stupiva della quantità di corrispondenza che doveva recapitarmi”, raccontava sorridendo dietro alle lenti tonde che Gianni Brera accostò a quelle di James Joyce. Il suo “Ulisse” Roberto lo componeva attraverso i corrispondenti che aveva in Germania e Inghilterra, ma anche nelle Fiji o nell’Africa che stava per vivere la decolonizzazione e il rapporto si intratteneva mediante una busta affrancata. L’immediatezza odierna era una straniera, neppure futuribile.

Nel 1956, novello Phileas Fogg, fece il giro del mondo, da Firenze a Firenze, attraversando gli Stati Uniti e lì riunendosi agli altri statistici, per raggiungere l’Australia e vivere i Giochi di Melbourne. “Al ritorno – raccontava – mi rimanevano 5000 lire in tasca e comprai un balocco per mio nipote alla stazione Termini”.

Parlava e scriveva in francese, inglese, tedesco, spagnolo – esser poliglotta lo riempiva d’orgoglio -, leggeva lo svedese, aveva nozioni del terribile finlandese. Agli Europei del '94 una libreria del vialone che porta allo stadio di Helsinki esponeva al posto d’onore una copia del suo libro sui maestri del mezzofondo: Kolehmainen, Nurmi, Ritola.

Nel 1964 la Oxford University Press pubblicò quella che viene considerata l’opera chiave sua, e in genere per la comprensione storica dell’atletica: “A World History of Track and Field Athletics 1864-1964” conobbe successivi aggiornamenti e costituisce ancor oggi uno dei fondamenti della pubblicistica sportiva, non solo atletica.

Ha scritto per la Gazzetta, per la Nazione, per Atletica Leggera, per Atletica e per l’Annuario della Fidal (nel prossimo comparirà il suo ultimo ranking mondiale), per Leichtathletik, per periodici inglesi, americani, svedesi, ed è stato uno dei padri fondatori dell’Archivio Storico dell’Atletica Italiana. Era un Maestro – si dice e si scrive così, in tutte le lingue del mondo - senza tracce di arroganza, sempre disposto a dare una mano, con una sollecitudine che lasciava sorpresi. “Aspetta solo un minuto”, diceva interrompendo per un attimo la comunicazione. E subito tornava all’apparecchio con l’informazione richiesta. Anni di raccolta paziente, di schedatura di fatti, di personaggi, di cifre lo avevano trasformato nel più gentile dei computer e, sinché ha frequentato le tribune, nel più piacevole “compagno di banco”, dotato del distacco giusto e di un entusiasmo pacato. Gli è stato lieve il mondo, gli sarà lieve la terra.

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